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domenica 8 novembre 2009

Nuovi strumenti didattici: i giochi linguistici interattivi.







Convinti che un approccio capace di coniugare didattica e informatica risulti una strategia vincente per i bambini di oggi, che potremmo definire multimediali, abbiamo creato una serie di giochi interattivi mirati alla verifica e al ripasso di quelli che sono i punti di crisi del sistema linguistico del bambino in età scolare (ortografia, morfologia verbale, morfologia nominale, sintassi…).


Partendo da una situazione narrativa iniziale, i personaggi dei nostri giochi avanzano in maniera lineare grazie alle risposte corrette dell’alunno. Una volta raggiunto lo scopo del gioco, al bambino verrà presentata in maniera divertente la regola, letta la quale si accederà ad una pagina contenente un premio che consiste in un videogioco di puro svago.
Lo strumento multimediale, in quest’ottica, diventa importantissimo nelle mani del docente, in quanto serve a far familiarizzare il bambino con i meccanismi lineari dello sviluppo narrativo attraverso un medium a lui congeniale.

Abbiamo deciso di  pubblicare in questa sezione uno dei nostri giochi, “La spesa”. Nello specifico si tratta di un gioco che si basa sull'utilizzo della lettera H: per passare al livello successivo, i bambini dovranno completare correttamente le frasi scegliendo di volta in volta tra verbo, preposizione, interiezione e sostantivo.
Alla fine del gioco, quando il carrello sarà pieno, i bambini saranno premiati con un videogioco.


John Loren Broomall e Fabrizio D'Alise


mercoledì 30 settembre 2009

Talking to children: language input and acquisition: papers from a conference.

Parlare ai bambini. Linguaggio degli input e acquisizione.
Quaderni dalla conferenza patrocinata dal 
comitato sulla Sociolinguistica e le Scienze Sociali.



Edito da Catherine E. Snow e Charles A. Ferguson - Cambridge University Press
Consiglio di Ricerca (USA).


Del presente testo, alcuni capitoli in particolare ci appaiono rilevanti e interessanti per la riflessione sulle tematiche e gli argomenti da noi attenzionati:

8. Jean Berko Gleason - Parlare ai bambini: alcune note sul feedback.
Nel saggio l’autore riflette su come il bambino non acquisisca il linguaggio da solo; il processo di acquisizione, infatti, richiede più canali da cui derivino gli input: uditivo e visivo.
Il linguaggio dei genitori ha delle caratteristiche largamente prevedibili; così come c’è universalità nel linguaggio dei bambini è dunque possibile che ce ne sia in quello a loro diretto. L’acquisizione del linguaggio è un processo interattivo che richiede non solo un bambino con appropriate capacità neurologiche in stato pronto e attivo, ma anche una persona più grande che s’impegni in scambi comunicativi con questo. Anche il linguaggio dell’adulto ne sarà influenzato: esempio ne sono le tipiche espressioni ripetute della madre quando si rivolge al proprio figlio.
Nel testo il ruolo del feedback nella conversazione bambino-adulto è stato indagato mediante visite presso scuole elementari (es. Palo Alto, California). Diversi studi hanno dimostrato come il linguaggio della madre contenga speciali elementi atti a facilitare l’acquisizione della lingua da parte del bambino: ripetizioni o frasi semplici e corrette limitate ad argomenti che riguardino il qui e ora ne sono un esempio. Naturalmente ogni persona che si rivolge a un bambino modifica il suo modo di parlare, non solo la madre.

9. Charles A. Ferguson – Baby talk come registro semplificato.
L’autore fa notare come in ogni comunità parlante vi sia un particolare modo di parlare ai bambini, che differisce più o meno sistematicamente dalla normale forma di linguaggio usata dagli adulti. Questo speciale registro è spesso chiamato baby talk, uno tra i diversi registri utilizzati in particolari situazioni riguardanti, ad esempio, la comunicazione con uno straniero o con chi non sia, per un motivo o per un altro, in grado di comprendere la lingua nella sua forma comune.
La variazione di registro è distinta da una parte da quella regionale e sociale, dall’altra da quella idiosincratica e stilistica. Questo, in una comunità parlante, è definito dall’uso per cui risulta appropriato e da una serie di fattori strutturali che lo differenziano dagli altri registri nel repertorio totale della comunità.
Ferguson esamina, nell’ordine, la struttura del baby talk, i processi di semplificazione e chiarificazione, l’espressione e l’identificazione di tali processi, la variazione del BT e i suoi eventuali usi secondari.
Una parte pone l’attenzione sul rapporto tra BT acquisizione della lingua, asserendo che:
La struttura del BT è, come quella degli altri registri semplificati, una risposta al bisogno di migliorare la comunicazione nel momento in cui uno dei partecipanti ha abilità limitate nell’uso della lingua;
Vi sono funzioni che ritroviamo nella pratica d’insegnamento di una lingua;
Non vi sono funzioni linguistiche di socializzazione.
15. Allen D. Grimshaw - Il punto di vista di un sociologo.
L’autore esplicita le sue riflessioni riguardanti l’acquisizione primaria della lingua; in relazione al proprio ruolo di sociologo, pone l’attenzione su quanto il bambino riesca ad imparare al di fuori del proprio ruolo, sulle relazioni e sulla sua stessa identità.

16. Susan Ervin-Tripp – Il punto di vista di uno psicologo .
Per l’autrice il BT può essere esaminato da una varietà di prospettive: visto come input o stimolo linguistico rivolto a un bambino che si appresta ad acquisire una lingua, in questo caso descritto in termini di processo; visto come registro del repertorio di uomini, donne o bambini che parlano ai bambini; visto come linguaggio accomodante in cui alcune caratteristiche sono cambiate in relazione al risultato di aspettative e risposte riguardanti la comprensione da parte di chi ascolta.


John Loren Broomall


Siamo seri, giochiamo! Ipotesi e percorsi di didattica ludica.

M. Ferroni, Siamo seri, giochiamo! Ipotesi e percorsi di didattica ludica, 
Bologna, CLUEB, 2004.


Col presente testo, l’autrice ci introduce in un tema ormai fondamentale nelle riflessioni sulle modalità di insegnamento e apprendimento in ambito scolastico: ciò che viene indagato è il ruolo del gioco nel processo di formazione, che si configura come ‘movimento’ che la persona attua per la ricerca di senso, per la comprensione. Infatti, la didattica può servirsi delle dinamiche del gioco e divenire efficace nel contributo alla formazione del senso.
Grazie all’attività ludica l’alunno aumenta la sua disponibilità alle attività scolastiche, riesce ad attivare più agevolmente i meccanismi cognitivi e si sente coinvolto in maniera attiva. In quest’ottica, l’autrice intende dimostrare come, impostando un rapporto alunno-insegnante in senso ludico, la didattica guadagni in efficacia. Infatti, pare necessario anche un ridimensionamento dei ruoli spesso troppo istituzionalizzati; l’alunno sperimenta, propone, partecipa anche in maniera autonoma, salvaguardando la propria ‘libertà’.
In maniera molto efficace, l’autrice, prima dell’inizio di ogni capitolo, pone dei quesiti (che lei stessa definisce una sorta di questionsbrainstorming) che ci accompagnano e guidano nelle riflessioni sui diversi temi e prospettive. Nel primo capitolo si parla del concetto di cooperatività ludica, che porta l’allievo alla consapevolezza del lavoro con gli altri e con l’insegnante. A scuola si viene a contatto col sapere, ed è proprio la difficoltà di tale incontro che richiede una figura guida, che deve servirsi più della mediazione che della trasmissione, ponendosi in atteggiamento ‘laboratoriale’ e facendo leva sulla propria capacità empatica e comunicativa. Tanto l’insegnante quanto l’alunno portano a scuola la propria esperienza e ne acquisiscono giornalmente proprio nell’ambiente scolastico, visto come luogo di possibilità e novità, importante anche per la formazione in relazione all’approccio con l’adulto e col gruppo. L’apprendimento diventa cooperattivo, realizzato anche grazie a strategie ludiche che di certo contribuiscono a motivare e coinvolgere l’allievo.
La seconda parte approfondisce le dinamiche d'inserimento della metodologia ludica nel contesto classe, in cui l’allievo non si sentirà più isolato ma sarà incentivato all’apertura e a confronto con gli altri. Considerando il concetto letterario di straniamento in ottica didattica, si può dedurre che il discente riesce ad avere maggior consapevolezza del concetto appreso grazie proprio alle pratiche che divergono dagli usuali metodi d'insegnamento, creando nuove suggestioni che incidano maggiormente sulla sfera cognitiva.
Viene discussa anche l’importanza della cornice ludica, che contribuisca a instaurare un clima di rilassatezza, e che riguarda l’interazione con cose, titoli, spazi etc. in modo che la scuola non venga più intesa come ambiente ostile e istituzionale ma come luogo di curiosità e attività piacevoli. La possibilità di affinare, attraverso il gioco, le capacità organizzative (ricomposizione e memorizzazione) quelle cognitive (comprensione esecuzione applicazione) e rappresentative (saper pensare e intervenire) ci viene mostrata dall’autrice tramite numerosi esempi di giochi da poter realizzare in classe.
Per quanto riguarda il rapporto gioco-alunno viene fatto notare come questo, in relazione all’insegnante, manifesta la volontà di contare qualcosa, ha bisogno di conferme e valorizzazioni; vuole dare un orientamento alla propria persona. In ciò il ruolo dell’insegnante diventa sempre più fondamentale, sempre che le parti si pongano, l’una verso l’altra, in posizione di apertura, riconoscimento e confronto.
Il sapere, come ricorda l’autrice, va costruito insieme e la relazione educativa va improntata su possibilità e positività, in modo che il bambino si senta “trattato” e le sue potenzialità vengano riconosciute. In tutto questo, il ruolo del gioco diventa rilevante, ponendosi come tentativo di risposta e conoscenza del reale, ma anche espressione di Sé. Il bambino può sperimentare una situazione concreta, riconoscendo le sue capacità e i suoi limiti, mentre il docente può aiutarlo a capire le sue doti e a superare le difficoltà. Non perdendo mai di vista l’importanza del contesto classe, bisogna riconoscere che la dimensione individuale, in questo stadio, diviene primaria. Sarà poi il gioco ad aprire al rapporto con gli altri e a favorire la cooperazione e la collaborazione.
L’ultima parte del testo si sofferma sul ruolo del gioco: non tutti i giochi hanno le stesse potenzialità didattiche e possono far leva sul potenziamento di alcuni aspetti piuttosto che di altri. Infatti, alcune categorie di apprendimento appaiono più sensibili all’applicazione dell’attività ludica; esempio di risultato efficace può essere considerata la costruzione della conoscenza o l’esercitazione della memoria.
L’autrice passa in rassegna diversi giochi, spiegandone il campo di applicazione e quale aspetto dell’apprendimento dell’allievo riesce potenziare. Tra le diverse metodologie e tipologie di giochi, un ruolo centrale è conferito al Role Playing, che viene approfondito in maniera dettagliata in tutti gli eventuali passaggi, in modo da conferire, a chi volesse approcciarsi al mondo della didattica ludica, strumenti validi e concreti.
John Loren Broomall

giovedì 17 settembre 2009

The intentionality model and language acquisition.



L. Bloom, E. Tinker, E. Kofsky Scholnick,
The intentionality model and language acquisition, New York, Overton, 2001.


IL MODELLO DELL’INTENZIONALITA’ E L’ACQUISIZIONE DEL LINGUAGGIO: impegno, sforzo, e tensione necessaria nello sviluppo. 
di LOIS BLOOM E ERIN TINKER.
Monografie della Società per la Ricerca nello Sviluppo del Bambino, 2001, vol.66, N.4.




Scopo della ricerca oggetto del testo è di esaminare l’acquisizione del linguaggio durante il secondo anno di vita in relazione al contesto di sviluppo cognitivo, affettivo e sociale da considerarsi non necessariamente connessi. Il punto focale dell’ analisi è posto sull’importanza dell’intenzionalità nel bambino per spiegare lo sviluppo, piuttosto che sulla lingua vista come oggetto indipendente.
Il modello di sviluppo per la ricerca è dunque quello detto dell’Intenzionalità, costituito da due elementi fondamentali: l’impegno di persone e oggetti che motivano l’acquisizione del linguaggio e lo sforzo richiesto per esprimere crescenti discrepanze e rappresentazioni di stati di cose già elaborati in maniera, appunto, intenzionale. Assunto fondamentale del modello è che la forza-guida dell’acquisizione del linguaggio risulta dalla tensione tra impegno e sforzo riguardante azioni linguistiche, emozionali e fisiche.
 Il testo analizza l’intenzionalità personale e interpersonale, nonché le sue origini e lo sviluppo. Strumenti dell’analisi sono test tramite i quali è possibile formulare delle ipotesi generali. Una parte è dedicata agli aspetti metodologici, con particolare attenzione alle procedure di raccolta di dati, una parte riguarda l’analisi della transizione allo studio delle frasi ed una lo studio del gioco.
I risultati dello studio mostrano come differenti comportamenti  -parole, frasi, espressioni emotive, interazioni conversazionali e costruzione delle relazioni tra gli oggetti in gioco- convergono nel flusso delle azioni del bambino negli eventi di ogni giorno, in tempo reale, e nel tempo di sviluppo tra la comparsa delle parole (a circa tredici mesi) e il passaggio alla frase semplice a circa due anni.
I modelli si discostano dalle percentuali di base dei differenti comportamenti mostrano che l’espressione emotiva del bambino, il suo parlato, quello della madre, s’influenzano chiaramente l’un l’altro, e questa reciproca influenza è differente al tempo  della comparsa o dell’affermazione del linguaggio.
Le tre conclusioni osservabili dai risultati della ricerca sono tre: l’espressione e l’interpretazione sono gli atti di una performance in cui il linguaggio è imparato. Ciò significa che la performance conta per esplicare le acquisizioni del linguaggio; il linguaggio non è un oggetto indipendente, ma è acquisito dal bambino in relazione ad altri tipi di comportamento e al loro sviluppo; l’acquisizione del linguaggio, contemporaneamente ad altri comportamenti, richiede molto lavoro, rendendo così non semplice l’acquisizione della lingua.


John Loren Broomall